Patrimonio dell’Umbria Meridionale: è ancora valido il monito del Prof. Bruno Toscano?

Nella sua presentazione dell’importante volume edito nel 1994 dalla Provincia di Terni “La pittura nell’Umbria meridionale dal Trecento al Novecento”, il Prof. Bruno Toscano (biografia Wikipedia B. Toscano) ricorda come i territori dell’Umbria meridionale (Terni, Narni, Amelia, Orvieto) abbiano subito vari torti, in particolare nel corso del Novecento, riferendosi alla storia dell’arte.

Nella dotta e attualissima dissertazione – che s riporta integralmente in calce – il Prof. Toscano evidenzia come i progressi che proprio in quegli anni si stavano facendo evidenti nel campo della ricerca scientifica legata ai beni culturali, accompagnati dagli evidenti passi in avanti nella divulgazione dei risultati, non fossero purtroppo seguiti con pari ritmo per lo sviluppo delle attività di prevenzione, manutenzione e conservazione.

Resta attuale tale monito? A parere di chi scrive, nonostante negli ultimi 20-25 anni si siano ottenuti degli innegabili risultati e queste attività siano state portate ad una scala decisamente più vasta, la questione di fondo mantiene una sua validità.

Soprattutto per quanto riguarda la divulgazione e la conservazione, nonché l’ulteriore stimolo alla ricerca che pare non venir più alimentata a dovere (per l’ormai quasi atavica “mancanza di risorse”, in attesa della crescita di art-bonus e mecenatismo), ancor più se rapportate alla fruizione culturale e – perché no? – turistica del patrimonio culturale.

Estratto da: “La pittura nell’Umbria meridionale dal Trecento al Novecento”, Provincia di Terni, 1994, pagg. 23-24.

RICERCA, DIVULGAZIONE, CONSERVAZIONE

Di Bruno Toscano

Organizzare oggi, nell’ambito di un’iniziativa di educazione permanente, un corso di lezioni di storia dell’arte interamente dedicato all’Umbria meridionale sottintende, per più di un motivo, una volontà di risarcimento. Terni, Narni, Amelia, Orvieto e i rispettivi territori hanno infatti, nei nostri anni, subito più di un torto.

Nei primi decenni dell’Ottocento i pittori stranieri in cerca di emozioni sotto forma di natura e di storia, dal tirolese Koch agli olandesi Knip, Voogd e Teerlink, dal tedesco Blechen all’inglese Turner al francese Corot, non dubitavano di inserire tra le soste più desiderate del loro viaggio italiano la zona più «romana» dell’Umbria. È per una comprensibile semplificazione che si ritiene comunemente che i loro interessi fossero calamitati unicamente dalla cascata delle Marmore e dal Ponte di Augusto. Knip, ad esempio, oltre che da Papigno, fu colpito dalla forma compatta dell’abitato intramurano di Terni, che riprese più volte da lontano e da diversi punti di vista come un esiguo addensamento, quasi un’isola nella vasta conca dominata dal tagliente profilo del monte di Cesi: allora (eravamo nel 1817) interamente «area agricola pregiata», per usare il linguaggio degli uffici urbanistici che così la classificano oggi, dopo — cioè — che di quel pregio quasi nulla è rimasto. A Teerlink dobbiamo fogli di Orvieto e della Valle del Paglia privi di ogni monumentalità, mentre Voogd voltò addirittura le spalle al Ponte di Augusto per godersi le gole del Nera, strette presso Narni fra alte rupi. Koch e Blechen spostandosi da un punto all’altro della bassa Valnerina scoprirono luoghi anche minori, angoli di bosco, curve del fiume. Quanto a Corot, questa fu una delle «sue» zone durante il primo viaggio in Italia, tanto «sua» che egli passerà quasi l’intera estate del 1826 a dipingere tra Narni, Papigno, le Marmore e Piediluco.

Cinquant’anni dopo aver toccato così alti livelli, la fortuna iconografica di questi luoghi — o meglio l’attrazione che essi esercitavano sugli artisti — subì un brusco arresto. La campagna presso Terni fu giudicata ideale per la Regia Fabbrica d’Armi, poi per l’Acciaieria; i fondovalle, le terrazze fluviali, i pendii che avevano incantato Corot divennero i pezzi di un sistema idrografico da sfruttare per l’industria; a Collestatte, Papigno, Marmore, Galleto si impiantarono fabbriche, centrali elettriche e cave di pietra. Quando si parlava degli abitanti dei paesi vicini e delle loro proteste, che varcarono qualche volta le aule giudiziarie, si usava chiamarli, con scherzo abbastanza crudele, «gli impolverati». La Valnerina dette il nome ad una Società Industriale da cui dipendevano fabbriche costruite in altri punti caratteristici del paesaggio della valle, a Nera Montoro e a Narni, non lontano dal Ponte di Augusto.

È a questa drastica trasformazione che si accompagna, dal punto di vista culturale, un fenomeno singolare: si avvia infatti allora il processo di espansione di queste aree meridionali dell’Umbria dalla mappa nazionale e regionale del «notabilato» storico-artistico e, più in generale, culturale e ambientale. Altrove, anche un enorme sviluppo industriale non ha affatto rallentato l’iniziativa nel campo culturale; a quanto sembra, l’ha invece stimolata, com’è avvenuto per esempio, con risultati straordinari, a Francoforte, a Lione, che possiedono oggi una rete tra le più efficienti di strutture culturali, musei ecc., o, per restare in casa, negli ultimi anni a Prato. Si ha l’impressione che nel Ternano e nel Narnese l’idea di promozione industriale sia stata tutt’uno con la presunzione che essa potesse identificarsi con un progresso autosufficiente, o meglio ancora con una «totalità» che esaurisce di per sé gli sforzi di un progetto sociale. Non si può negare che in queste aree della regione si sia così venuta a determinare una situazione di grave ritardo e di complessiva omissione nelle politiche culturali che fanno capo sia allo Stato, sia agli Enti locali. Un segnale allarmante è lo stato dei musei di Terni, Narni, Amelia, Orvieto: o da tempo immagazzinati — com’è avvenuto perfino per una raccolta nota in tutto il mondo, il Museo dell’Opera del Duomo di Orvieto — o di fatto disattivati anche per l’estrema precarietà delle sedi. Né, certo, sono più rassicuranti le condizioni dei centri storici e del patrimonio artistico di titolo ecclesiastico o civile. Ci eravamo abituati a considerare l’abbandono e il degrado come condizioni intrinseche di aree marginali e interne e di edifici considerati minori; ma negli ultimi anni esse sono diventate un fenomeno preoccupante anche dei centri urbani, investendo addirittura le chiese parrocchiali (o che tali erano fino a qualche anno fa) e i maggiori edifici di proprietà pubblica, come il Sant’Agostino di Narni o come il palazzo Giocosi a Temi, per citare solo due esempi dei quali proprio questo libro rivela o conferma la rilevante importanza per la storia o per l’arte. Avrà inoltre un significato che a Terni negli anni recenti l’intervento di restauro architettonico da ogni punto di vista più rilevante abbia riguardato il cinquecentesco palazzo Rosci, oggi Bianchini, cioè un edificio privato.

Anche solo da questi accenni non può non risaltare una forte dissimmetria. Nell’ultimo quarto di secolo ricerche capillarmente condotte su città e territori, cataloghi delle fonti bibliografiche, guide sistematiche, convegni scientifici, infine numerosi studi su argomenti particolari hanno messo in luce le qualità di straordinaria riserva culturale delle aree comprese oggi nella provincia di Temi. Si tratta di una produzione scientifica complessivamente di grande rilievo per la storia di questi luoghi ma anche di notevole valore generale: inoltre, giunta a uno stadio così avanzato di approfondimento da rendere possibile un risultato come quello che qui introduciamo. Da rendere, cioè, possibile l’edizione di un libro di seria divulgazione, di solido fondamento scientifico, tale da riflettere gli studi più aggiornati e, nello stesso tempo, da restituirci il senso di una provvida iniziativa, qual è stata il Corso di educazione permanente sui beni culturali dell’Umbria meridionale promosso dalla Provincia di Terni.

Parlavamo di una forte dissimmetria. Questa può riassumersi in una domanda, che rivolgiamo — sperando che ci sia consentito — ai responsabili degli uffici della tutela di Stato e delle istituzioni territoriali. Quali cause hanno ostacolato, con conseguenze particolarmente gravi in questa zona meridionale dell’Umbria, una corrispondenza funzionale fra lo stato della ricerca e la sensibilità maturatasi, ora, anche attraverso la divulgazione, da una parte; e, dall’altra, l’attività di prevenzione, manutenzione, conservazione? Dalla ricerca sono infatti emerse una capillarità di testimonianze, una pienezza e una complessità culturale, prima inaspettate, che reclamano a gran voce un’adeguata azione di tutela ordinaria, fuori da ogni frammentarietà e da ogni estemporaneità. Sarebbe davvero triste dover un giorno riconoscere che abbiamo rivelato il valore culturale e allargato la conoscenza di un patrimonio comune che non siamo riusciti a conservare.

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